Introduzione

Quando quindici anni fa iniziai, come Presidente del Club "Prometeo", a cercare nella stampa ritagli di memoria sull'eruzione del 1950, non immaginavo neanche un po' che mi sarei trovato di fronte a una quantità di materiali tale da consentirmi di ricostruire non tanto o non solo la cronaca di un evento vulcanico, ma la vita quotidiana di un popolo intero in un momento drammatico della sua storia.
I giornali del tempo, man mano che venivano fuori dagli oscuri scaffali delle biblioteche, restituivano alla luce non solo minuziose informazioni, a volta ora per ora, sulla attività dell'Etna, ma sentimenti, emozioni, ansie, paure, pensieri, atteggiamenti, preoccupazioni, atti quotidiani, che d'improvviso riacquistavano vita in tutta la loro freschezza di autentiche testimonianze.
Man mano che uscivano dalle ingiallite pagine dei giornali, le cronache e i pezzi sull'eruzione perdevano l'odore stantio di vecchio e riacquistavano l'odore acre dello zolfo e il sapore amaro delle lacrime per andare a scrivere un'altra storia, tessere di un mosaico che si ricomponeva per la prima volta e che andava a raccontare l'epopea di un popolo.
Del soffio vitale che ancora, a distanza di cinquant'anni, infonde calore umano alle tante cronache, siamo in debito con giornalisti, cronisti e fotografi del tempo, che seguirono gli eventi vulcanici di quei giorni con una curiosità, una passione e un coinvolgimento emotivo ai quali alcune scuole contemporanee di giornalismo ci hanno disabituati. E non era retorica "anni '50"; era una sorta di "domesticità", di "familiarità", come se la tragedia incombente non dovesse pesare solo sulle spalle dei poveri milesi, ma sul mondo intero, una sorta di "cameratismo atletico", per dirla con le parole di Walt Whitman.
Decine di testate nazionali e straniere inviarono sul fronte, a seguire da vicino l'eruzione, i loro giornalisti i quali, memori dell'esperienza del 1928 che aveva visto scomparire Mascali sotto sassi di fuoco, sin dalle prime battute dipinsero l'evento coi colori di grande tragedia.. I pezzi più esaltanti non raccontarono di colate e di boschi inceneriti, ma di sguardi impietriti, di vite sconvolte, di uomini e donne in preghiera, della grande fierezza di un popolo, di generose gare di solidarietà.
Rileggere, a distanza di cinquant'anni, di Paternò che rinvia i festeggiamenti di Santa Barbara, di Belpasso che decide di dare ai festeggiamenti della Patrona Santa Lucia un carattere propiziatorio, della "Boys Republic of Italy" che raccoglie fondi da New York, di un autista della SITA che mette a disposizione degli sfollati la sua casa di Pisano, di Arturo Benedetti Michelangeli che tiene un concerto a Catania "pro sinistrati", di enti e migliaia di privati cittadini che inviano fondi, fa impallidire tutti i nostri tentativi di moderna solidarietà televisiva.
Dalle cronache emergono centinaia di nomi: quelli di vulcanologi e scienziati italiani e stranieri, venuti a scrutare il vulcano, a tentare di carpirne i segreti e controllarne l'immenso potere; quelli delle autorità politiche, militari e religiose, i ministri Scelba e Aldisio, i generali Robino e Mannerini, il prefetto Biancorosso, i vescovi di Acireale e Catania. E volti, tanti, alcuni di nomi famosi, molti di sconosciuti contadini, taglialegna, carbonai, madri in preghiera, bambini in lacrime.
Chi sono costoro?
La scoperta negli archivi dell'Istituto Luce di alcuni cinegiornali della Settimana Incom, preziosissimi, ha dato risposta a mille di queste domande, consentendo di ricostruire una grande galleria di storie private che ci riporta alla mente l'antologia di Spoon River e che insieme formano la storia pubblica di una comunità.
Un popolo intero, i milesi di oggi, allora giovanissimi testimoni dell'eruzione, incantati e col volto spesso rigato di lacrime, eccitati e a volte ammutoliti, hanno scavato nella loro memoria e hanno dato nomi, ancora nomi, a centinaia, a tanti di questi volti: nonni, zii, giovani compagni di giochi.
Ricostruire questo capitolo della storia, pur recente, di Milo ha rappresentato per me e per tutti quelli che ci hanno lavorato l'opportunità di emergere dal buio: chi non ha un passato non ha un futuro.
Per questa opportunità sento doveroso ringraziare i testimoni del tempo, giornalisti come Livio Messina, Enzo Asciolla, Angelo Caruso, scienziati come il prof. Salvatore Cucuzza Silvestri, uomini e donne di Milo, l'Istituto Luce, il Presidente della Provincia Regionale di Catania Nello Musumeci, il fotografo Salvatore Tomarchio, tutti quelli, e sono tanti, che ci hanno fornito materiali per questo volume.
Ognuno di loro ha collocato una tessera preziosa in questo mosaico che giustamente restituisce al popolo di Milo un pezzo della sua storia.

Tratto dal libro "Milo e l'eruzione del 1950" a cura di Paolo Salvatore Sessa.

Appunti 1950-1951>